Dimmi cosa fotografi e ti dirò chi sei

Guardo le foto scattate la scorsa domenica, un pomeriggio dal cielo finalmente limpido dopo la pioggia e le nuvole del giorno prima, e penso che in un certo modo rappresentino il mio passato. Un passato concentrato sulla ricerca spasmodica e spesso asfissiante della bellezza e della perfezione. 

Guardo le foto che faccio ultimamente e penso che rappresentino il mio presente. Un presente concentrato più sulla ricerca dei contenuti,  che ama molto quei chiariscuri ed i forti contrasti che rendono tutto così imperfetto.

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Ho sempre pensato che ci sia un forte legame tra le foto che facciamo e come siamo veramente, perché in ogni scatto, anche il più banale ed apparentemente insignificante, esprimiamo ciò che siamo o ciò di cui abbiamo bisogno in quel momento. Molti sostengono che la foto paesaggistica sia impersonale, che si limiti  a rappresentare la realtà, ad immortalare la bellezza, senza apportare la benché minima traccia di chi sta dietro l’obiettivo, ma credo che questa definizione sia troppo superficiale ed inesatta. Dietro ad uno scatto che immortala la perfezione della natura c’è una persona che in quel momento ha bisogno di questo: ha bisogno di sapere che ogni giorno il sole tramonta dietro quella montagna e che la luce filtrando tra le nuvole tinge il cielo di mille sfumature di colori caldi; ha bisogno di sapere che sia piatto, sia agitato, sia infranto sugli scogli, il mare c’è sempre e ci sarà anche domani, pronto a farci vivere la potenza della sua maestosità; ha bisogno di sapere che ci sono regole ben precise e perfette sulle quali potere contare sempre, in ogni momento, perché la natura è questo, precisione e perfezione, anche nella sua espressione più violenta.

Chi sostiene che la foto perfetta di un paesaggio perfetto sia banale, è egli stesso banale, incapace di leggere tra le righe. Io ho avuto bisogno di questo, del sostegno che una rassicurante foto di paesaggio poteva darmi, di credere che nonostante tutto la vita va avanti e che c’è sempre qualcosa su cui potere contare. 

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Oggi però tutto questo non mi basta più, oggi sento il bisogno di esprimere emozioni diverse, di rompere quel muro rassicurante di regole scritte e precise; sento il bisogno di raccontare qualcosa, che sia una storia, un pensiero, un’emozione; sento il bisogno di abbandonare il silenzio della natura ed accogliere il rumore della città, delle persone, delle cose; sento il bisogno di raccontare la vita nel suo fluire e di esprimere una parte di me molto più profonda e meno ligia al dovere.

Guardo le mie foto, sembrano scattate da due persone diverse, e mi chiedo chi sono: la smaniosa di perfezione di un tempo o la bisognosa di esprimere emozioni che si sta facendo strada ultimamente? E se non ci fosse una risposta? E se fossi tutti e due? Dopotutto è come per la musica. Mi piace De André ma mi piacciono anche i Nirvana, ed uno non esclude l’altro. Forse bisogna solo imparare ad accettarsi così come siamo,con le nostre mille sfaccettature, e capire che le diversità, anche quando convivono dentro di noi, possono solo essere fonte di nuove ed esaltanti scoperte.

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